4. mar, 2016

Salerno, Pier Paolo Pasolini, la fotografia.

(26 febbraio - 16 marzo 2016) A Palazzo Fruscione, a Salerno, l’associazione Tempi Moderni, insieme ad una serie di eventi, dibattiti e tavole rotonde, ricorda la figura e l’opera di Pier Paolo Pasolini, anche con una mostra fotografica di Dino Pedriali. Fin qui non ci sarebbe nulla da commentare se non apprezzare l’iniziativa alla quale il Comune di Salerno ha dato un sostanziale contributo. Bene, ci piace, siamo contenti. Dove la cosa ci piace un po’ meno - per cui forse potrà risultare utile scrivere qualche breve riflessione - è nel considerare la mostra una “produzione” dell’associazione.
Dunque, due o tre considerazioni, di questa che è una interessante e apprezzabile iniziativa, vorrei brevemente delinearle.

Primo. Che si utilizzi la parola “produzione” per una serie di fotografie che girano il mondo, l’editoria, le gallerie dalla metà degli anni settanta ad oggi, utilizzate in tutte le occasioni per ricordare un autore tra i più poliedrici, interessanti e intriganti del Novecento, e che una dozzina siano state recuperate e stampate oggi, non vuol significare produzione. Pare proprio che la distinzione tra “produzione” e “consumo” nelle attività di promozione culturale sia particolarmente complessa.
“Produrre” una mostra, fotografica nella fattispecie significa, a mio parere, affidare un incarico ad un fotografo, chiedergli di documentare un evento, un sito, oppure di individuare nella propria produzione, nel proprio archivio, del materiale inedito, studiarlo, proporne una interpretazione, una lettura critica e, infine, mostrarlo al pubblico, come il frutto di una elaborazione ulteriore, rispetto al lavoro dell’autore, non mettere in fila delle fotografie, particolarmente note.

Secondo. Che si propongano una novantina di fotografie con inquadrature, in qualche caso solo apparentemente “sciatte” (complice il personaggio che la sapeva lunga davvero), ma in qualche altro caso alquanto “semplici”, considerandolo un nuovo evento, è un po’ poco. Non a caso, basta guardare le foto dove non c’è il personaggio, per ritrovarsi ad ammirare il nobile e rispettabilissimo lavoro di un fotografo. Dello stesso autore c’è tutto pubblicato da tempo nei suoi libri, cito a memoria: Pier Paolo Pasolini, Magma, Roma (1975), con un testo di Janus; Pier Paolo Pasolini Testamento del Corpo, Arturist, Venezia, 1989; poi, forse un suo lavoro più interessante: Hammamet, il bagno del piacere, 1994, insieme a molte altre monografie dell’autore. Forse negli anni Settanta un Pasolini nudo aveva qualche effetto, ma oggi è semplice storia del costume e, naturalmente, del personaggio.
Chi conosce Ugo Mulas ed il libro New York arte e persone, Longanesi 67, capisce cosa significa fotografare gli artisti e quale impegno formale e concettuale, compositivo ed espressivo occorra per dare “valore” alle immagini, inoltre comprenderà cosa vuol dire confezionare un prodotto editoriale con un grande maestro del design come Michele Provinciali. Oppure chi conosce il lavoro di Mapplethorpe può comprendere quale complessità tecnico espressiva e quali emozioni possa suscitare un nudo.

Terza e ultima considerazione (ma che un po’ prescinde dall’autore): se non ci fossero Pasolini, o Man Ray, nelle foto di un autore, queste meriterebbero la stessa attenzione? Ecco, forse oggi questo è uno dei limiti della fotografia non finalizzata.

Ricordo che Bonito Oliva, negli anni Settanta, quando seguivamo i suoi corsi nell’Istituto di Storia dell’Arte diretto da Filibero Menna, con Rino Mele e Angelo Trimarco, ci ribadiva costantemente come un mantra: “l’arte è tutto ciò che viene riconosciuto tale dal sistema dell’arte” e questo autore è certamente riconosciuto ampiamente dal “sistema dell’arte”, dunque non è dell’autore che si discute, ma delle sue fotografie.
Ora che la tecnologia, la dirompente dimensione, digitale, ha cancellato ogni difficoltà tecnica e ciascuno produce centinaia e centinaia di foto, tra le quali certamente si riesce sempre a trovare qualche “buona immagine”, ha ancora senso la fotografia (quando non è fatta per scopi specialistici) come linguaggio? Come forma espressiva?  O non sono piuttosto i soggetti a determinare l’attenzione e la considerazione delle immagini di ogni autore? Esasperando il concetto, posso fotografare un “grande artista”, magari anche in maniera sciatta e banale, saranno sempre le foto di un “grande artista”, dunque un documento più storico che estetico. Ma sarà sempre il valore estetico intrinseco a determinare la qualità delle immagini, che sia famoso o meno il soggetto, conta meno.

Ecco un bel tema per una tavola rotonda tra “addetti ai lavori”.
Parafrasando il Geppi Gambardella di Paolo Sorrentino direi anch’io che: “Oggi una “bella” foto non basta più”.

Infine. Anche le polemiche in merito alla questione dei contributi che l’Amministrazione comunale ha stanziato, mi sembrano francamente note piuttosto oziose. Quanto ha avuto questo, quanto ha avuto quello, chi di più, chi di meno, perché mai a Tizio e non a Caio. Pasolini si, Alfonso Gatto no, il “Pierpaolo” che ha avuto più spazio del “merito”. Ma dove sarebbero queste proposte “strepitose” che l’Amministrazione non avrebbe finanziato? Quali clamorose mancanze e omissioni sarebbero da considerare? Ne vedo poche di “strepitose” iniziative ignorate, soprattutto vedo lo spazio dei media locali usato più con la filosofia della prossimità che del merito e del valore degli eventi. A mio parere sono gli eventi culturali che andrebbero valutati nel merito, non i finanziamenti che hanno ricevuto. Ma discutere del merito e non degli aspetti accessori è un metodo.