Il Blog di Pino Grimaldi

19. dic, 2015

Nell'intervento del 4 Dicembre 2015, al convegno sulla Trasparenza, realizzato a cura dell'URP della Provincia di Salerno da Fabio Apicella e Maria Rosaria Greco, ho sottolineato come il Decreto legislativo 14 marzo 2013, n. 33, sia - come molte delle innumerevoli leggi italiane - in gran parte disatteso.
Nell'art. 1  il esso recita: "La trasparenza è intesa come accessibilità totale delle informazioni concernenti l’organizzazione e l’attività delle pubbliche amministrazioni, allo scopo di favorire forme diffuse di controllo sul perseguimento delle funzioni istituzionali e sull’utilizzo delle risorse pubbliche". È su "forme diffuse di controllo" che inciampa il legislatore.
“Corruptissima re publica plurimae leges” (Le leggi sono moltissime quando lo stato è corrottissimo) recitava Publio Cornelio Tacito (Annales, Libro III, 27). In realtà in Italia ci sono oltre 150.000/200.000 leggi (non so se qualcuno sappia esattamente quante siano), contro le 3000 della Gran Bretagna, le 5500 della Germania, le 7000 della Francia, risulta pertanto del tutto evidente a chiunque, sebbene privo di competenze giuridiche come me, che è facile restare preda dei burocrati e che la burocrazia (termine coniato dall’economista Vincent de Gournay, nella prima metà 18° sec.) sia difficile da sconfiggere.
Solo rendere pubblico ogni atto, ogni procedimento, ogni iniziativa attraverso la comunicazione può aiutare a combattere la burocrazia, ovvero l’imbarbarimento normativo che rende complicata ogni azione politica.
Ma la Comunicazione, haimé, è come la “bonne famme” tutti possono averla, ma nessuno la possiede completamente. Ma fintanto che non si descriveranno - dettagliatamente e con competenza specifica - come si debbano "rendere pubblici" gli atti amministrativi, attraverso quali strumenti, quali canali, si tratta solo di buone intenzioni, parole del burocratese, che nessuno mai renderà efficaci e concrete.

7. nov, 2015

Una delle recenti tesi di laurea. Allieva Roberta Oliviero, Laurea Triennale in Graphic Design. L'argomento è di quelli che mi interessano molto: quanto le tecnologie sono utilizzate al meglio? Quante funzioni gli utenti lasciano inutilizzate? Per pigrizia, per difficoltà di capire l'interfaccia? cosa prevale dell'una o dell'altra motivazione? e quanto?
In particolare, vengono prese in considerazione alcune tra le tecnologie più diffuse che hanno rivoluzionato completamente il loro campo di applicazione: lo smartphone (iPhone), il forno a microonde e l’e-reader (Kindle). Il lavoro dell'allieva si è strutturato in tre parti, in cui si spiegano la storia, l’interfaccia, le funzioni principali e le dinamiche dell'interazione, si tratta di funzioni molto spesso sottoutilizzate e che influenzano la vita di ognuno di noi. L'aspetto più interessante e pertinente, rispetto al nostro lavoro di designer, è l'aver illustrato quanto la ricerca sia utile alla progettazione del design dell'interfaccia e alle modalità di interazione tra utente e device.

5. set, 2015

Mi ha molto colpito l’immagine del concerto, offerto dalle acque Uliveto e Rocchetta per sostenere una sacrosanta battaglia civica per riportare il casertano a una bonifica definitiva del territorio.
Si tratta di una campagna piuttosto naïf, per la quale vale la pena spendere qualche considerazione, perché è una sintesi delle problematiche che affliggono molta della comunicazione che si produce.
Mettiamola così si tratta di una giusta causa, una buona idea di marketing, ma una pessima soluzione di comunicazione e, naturalmente, non mi riferisco agli strumenti utilizzati manifesti, manifesti etc. ma proprio del concept.
Il “non detto” piuttosto naïf è: l’acqua spegne il fuoco, ma non è tanto sottinteso perché sulle due bottiglie vi è un cartello con il messaggio dal significato chiaro: “spegniamo i fuochi”.
Il secondo significato ovviamente è: due brand dell’acqua, due acque con sensibilità sociale ed ecologica, si impegnano offrendovi un concerto per sostenere una lotta popolare per una bonifica del territorio.
Qualche considerazione tecnica: il design del manifesto sarebbe corretto: un solo font, colori che suggeriscono un po’ di nazionalismo, poi iniziano le ridondanze.
La locuzione “terra dei fuochi” e affini è ripetuta ben quattro volte.
1.Il Concerto di…per terra dei fuochi (come fosse un' iniziativa di beneficenza, parola che è stata usata altrove).
2.L’invenzione di un claim ambiguo e infelice: “La terra dei fuochi è terra nostra”
3.La parola-chiave #SPEGNIAMOIFUOCHI per essere veicolata dai social network.
4.Il cartello “Spegniamo i fuochi” sulle bottiglie.
Come se non bastasse alle spalle del musicista come sfondo vi è un’immagine “infuocata” del concerto.
Sarebbe interessante ricostruire la genesi del prodotto di comunicazione per capire quanti abbiano concorso a generare questo autentico overload comunicazionale, che rinforza ossessivamente una infelice locuzione autolesionista.
Tanto il tema è “caldo”; è un meme che si propaga come l’infezione della camorra e basta parlarne e usarla per credere di aver dato un contributo. Invece di fare una campagna per sostenere la necessità che la politica risolva un problema di bonifica territoriale si specula sulla disgrazia usando la potenza del meme”.
Dal punto di vista del brand, infine, associare una situazione negativa anche con una buona intenzione, è fare marketing rudimentale. Fate un esperimento, sostituite “terra dei fuochi” con “terra delle idee” (o qualunque cosa vogliate) nell’annuncio, vi risulterà tutto più forte, peccato che non tutti capirebbero l’allusione.
Dunque: l’autolesionismo può diventare utile?

4. set, 2015

Luigi Rubinelli è un intellettuale di altissimo livello, una personalità autorevole non solo per il mondo del Retail, ma per la cultura d’impresa - che nel nostro paese è mediamente modesta - ma nelle sue parole, purtroppo persiste quel pregiudizio per il Mezzogiorno d’Italia che penalizza molte iniziative di valore.
Ogni volta che a Napoli, a Palermo, come altrove, in un Sud ricco di eccellenze e imprese, che sono veri modelli dell’innovazione, si scopre qualche realtà significativa, nell’inconscio del reporter, dello studioso, del manager, appare come una mortificazione ulteriore: la Meraviglia!

La differenza di Rubinelli, rispetto a tanti altri (e credo che sia una delle poche volte che accade) è già nella sua premessa: “Per onestà intellettuale devo dire che quando vado a Napoli cerco di passare da …etc.”

Se tutti cominciassero con una ammissione così umile, così intensa, sarebbe un bel contributo alla “Questione meridionale”, alla “terra delle idee”.

Grazie Luigi, ma grazie anche per aver guardato così attentamente Sole 365.

Qui uno tre vari articoli Su retailwatch.it.

30. ago, 2015

Anty Pansera, con la complicità di Giuseppe Furlanis, ha finalmente colmato una lacuna profonda nella letteratura scientifica sul design. Ha dato alla luce uno studio storico sui tortuosi itinerari della formazione del designer in Italia, tra mutazioni delle istituzioni e paradigmi disciplinari ormai totalmente destrutturati. Pansera ripercorre le tappe di un cammino di una disciplina - io la definisco ormai blur design perché indistinta e sfocata - la quale ancor prima di essere istituzionalizzata ha posto la mutazione metodologica alla base del suo essere praticata. Del resto era proprio Maldonado che palava di una "professione confusa e contraddittoria" (p.49).
Quello che è interessante - per chi scrive - nel ripercorrere con Anty la storia della formazione dei designer è la sostanziale posizione ancillare del design della comunicazione, dagli anni sessanta a tutt'oggi. Basta riflettere - con un minimo di approccio psicologico - alla scelta dell'immagine di copertina, un lavoro di Massimo Dolcini.